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CINEMA. WONDER WOMAN, di P. Jenkins | La recensione

A Themyskira, antica isola greca creata da Zeus, vive il popolo delle amazzoni, nobili guerriere incaricate di riportare l’amore sulla terra ai danni del malefico Ares, dio della guerra, sopravvissuto alla furia del Padre degli dei migliaia di anni prima e ancora in circolazione. Tra le amazzoni si nasconde l’eletta, Diana, bimba nata dall’argilla e dal volere dello stesso Zeus.

Wonder Woman

Sta mano pò esse fero…

Che gli uomini venissero da Marte- in greco Ares- lo sapevamo già e a confermarcelo erano già stati diversi film ispirati all’Universo Marvel e DC. Non c’era un briciolo di compassione in Tony Stark quando vendeva armi di distruzione di massa al nemico mediorientale all’inizio di Iron Man, né nel gigantesco Dottor Manhattan quando marciava stancamente sui vietcong in Watchmen.

Per la “sua” Wonder Woman, Patty Jenkins cercava invece un volto femminile e fiero, compassionevole e grintoso, quasi il volto di un’attivista per i diritti umani e civili, al punto che una sala statunitense ha deciso di cavalcare l’onda nella nascente America trumpiana, limitandone la proiezione ad un pubblico di sole donne.

Gal Gadot, attrice israeliana scelta per la parte e già vista in questi panni in Batman v Superman Dawn of Justice, risponde bene a tutte le aspettative.

Giro, giro e mi trasformo

Lynda Carter, fumetto

Esattamente come la madre di Clark Kent, anche quella di Diana (interpretata da Connie Nielsen) cercherà di dissuadere la figlia dal difendere la razza umana perché, cit. “…loro non ti meritano”. La DC, però, non ricade nell’errore del supereroe “complicato” e cupo e sceglie un racconto intelligente, apparentemente semplice, pieno di situazioni che funzionano perché giocano con il paradosso, in stile Marvel più che DC.

E’ sbagliato parlare di una sola protagonista, perché di fatto il film non funzionerebbe se al fianco di Diana non ci fosse Trevor (Chris Pine). Il loro rapporto a due, delicato, ironico, sussurrato si carica tutto il film sulle spalle e gioca molto sul superamento delle dinamiche di gender. C’è un momento in cui lei, fin lì ingenua e all’asciutto sulle “cose del mondo”, si dimostra preparatissima sui piaceri della carne.

Love will tear us apart

Love will tear us apart

Ciò che distingue questa Wonder Woman dalla lunga tradizione “maschile” è che negli occhi di Diana Prince, nome di Wonder Woman in borghese, si vede chiaramente la repulsione per ogni forma di guerra. Pur trattandosi di uno dei personaggi più potenti e distruttivi, Diana è una pacifista convinta mossa dall’amore per i più deboli ma, e qui sta il vero miracolo di sceneggiatura, senza che questo risulti stucchevole o melenso.

La storia di Wonder Woman ha tanti punti di contatto con supereroi già visti sul grande schermo (Captain America per la grande guerra, Thor per la mitologia) eppure funziona come un elemento inedito grazie alla struttura da buddy movie che allontana il superomismo dal centro del discorso. Wonder Woman non è esente da difetti e da limiti, tra cui un 3D abbastanza inutile e piatto, però ha l’enorme pregio di segnare il primo rilevante solco rosa nel genere dei cinefumetti.

Con qualche accorgimento di sceneggiatura in più forse staremmo parlando di un grandissimo cinecomic ma va bene anche così.

 

Author: copyisteria

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